Da dove vengono le emozioni?

Avete visto il film d’animazione della Pixar “Inside Out”? Se sì bene, sappiamo di cosa stiamo parlando. Se no, spero che, dopo la lettura di questo articolo, siate incuriositi e lo andiate a vedere. Uno perché è un film molto ben fatto, ideato per i bambini ma con uno sguardo decisamente rivolto ad un pubblico adulto. Due perché permette, facendovi direttamente provare, durante la visione, le emozioni di cui racconta, di capire cosa queste siano e come mai, seppur dal punto di vista filogenetico partano dalla parte più antica del nostro cervello - l’amigdala – nel corso dell’evoluzione non le abbiamo mai abbandonate anzi, risultano di fondamentale importanza per poter vivere su questa Terra.

Che cosa sono le emozioni?

Possiamo definirle come reazione improvvise dell’organismo le quali hanno componenti fisiologiche (il corpo), cognitive (la mente) e comportamentali (l’azione). Quante siano, uhmm, qui viene il bello. Diciamo che nel film “Inside Out”, che si basa sulle teorie di Paul Ekman, sono 5. Sono quelle considerate primarie: gioia, rabbia, tristezza, paura e disgusto. Ekman, considerato uno dei 100 psicologi più importanti del ventesimo secolo, considerava di base anche la sorpresa e, nel 1992, ampliò ulteriormente la lista arrivando a 17. Ma numerosi autori, prima e dopo di lui, avevano altre idee. Charles Darwin, nel 1872, ne elencava 6 – le big six, Plutchik 8, Sroufe 3 e Kemper 4. Potremmo andare avanti a dare i numeri ma questo non è un articolo sul gioco del Lotto. Quello che ci interessa, in questa sede, è capire, un po’ di più, da dove vengono le emozioni.

Ipotesi:

Evoluzionisti

Secondo gli “Evoluzionisti” primo fra tutti, Charles Darwin, ci emozioniamo perché è scritto nel nostro codice genetico. Le emozioni, nel corso dell’evoluzione, al pari delle gambe per camminare e delle mani per prendere gli oggetti, ci hanno permesso di vivere e sopravvivere nell’ambiente naturale. Quindi costituiscono la nostra ereditarietà e continuano a trasmettersi di generazione in generazione. La paura ci salva dal pericolo, la rabbia ci permette di combattere e risultare vincitori, il desiderio ci spinge a trovare un partner sessuale per far progredire la specie. I primatologi hanno descritto emozioni del tutto simili alle nostre nei cugini scimpanzé e persino i neonati, a pochissimi mesi, provano reazioni emotive come gioia, collera e paura.

Fisiologisti

Secondo i “Fisiologisti” di William James, psicologo e fisiologo americano vissuto a metà Ottocento, ci emozioniamo perché è il nostro corpo, in primis, a farlo. Per intenderci tremiamo e quindi abbiamo paura oppure piangiamo e quindi ci sentiamo tristi. Seppur questo punto di vista ci sembri poco sensato, numerose ricerche hanno rilevato che la reazione fisica spesso arriva prima di un’emozione emotiva completa, come quando, per esempio, evitando una collisione in auto, sentiamo da subito una scarica di adrenalina ed un’accelerazione del battito cardiaco e avvertiamo, in un secondo momento, la paura per lo scampato incidente che ci ha messo a rischio della vita. Antonio Damasio, neuroscienziato portoghese, parla di marker somatici che informano la mente della presenza di un’emozione e la aiutano a scegliere.

Cognitivisti

Per i “Cognitivisti” ci emozioniamo perché pensiamo. Classifichiamo in fretta gli avvenimenti in base ad uno schema di decisione: piacevole/sgradevole, controllabile/incontrollabile, generato da noi/generato da altri ecc. A seconda della combinazione ottenuta apparirà l’emozione corrispondente. Per esempio una persona depressa tenderà a classificare gli avvenimenti come sgradevoli, incontrollabili, generati da sé e pertanto proverà tristezza e rabbia. Epitteto, filosofo greco antico, esponente dello stoicismo di epoca romana, sosteneva che “Non sono gli eventi che influenzano gli uomini ma è l’idea che essi ne hanno”.

Culturalisti

Ci emozioniamo perché è un fatto culturale. Questo è il pensiero dei “Culturalisti”. Un’emozione, secondo questo approccio, è l’apprendimento di un ruolo sociale: siamo tristi se perde la partita la nostra squadra preferita o proviamo rabbia se dal capo non arriva lo sperato aumento di stipendio perché, nella nostra cultura, queste due reazioni sono appropriate al nostro vivere sociale. Margaret Mead, con i suoi studi di inizio novecento sulle tribù in Oceania, fu la capostipite dell’ipotesi secondo cui la cultura ha enorme influenza sui nostri meccanismi psicologici.

Ma le quattro teorie non sono, in realtà, così contrapposte, si mischiano tra loro, come i colori primari per ottenere mille sfumature, ed hanno un’effettiva importanza nell’esplorazione di un fenomeno così complesso come l’emozione.

E l’amore?

L’amore è un’emozione? E se lo è, a quale espressione facciale è associata? Come lo si riconosce? E qual è la sua durata? A tutt’oggi, ahimè, non vi sono ancora risposte univoche sull’amore (che sia bello perché è misterioso?). La difficoltà a trovargli un’espressione facciale e la sua durata estremamente variabile hanno impedito, all’amore di poter essere inserito nelle emozioni di base. Si parla di colpo di fulmine, di amore appassionato ed impetuoso che, con il passar del tempo, diventa amore di compartecipazione nel quale la fiducia, l’affetto e l’impegno a lungo termine svolgono un ruolo più importante. L’amore è un complicato mix di emozioni associate a particolari pensieri e ad una tendenza ad avvicinarsi alla persona amata. Quando l’amore inizia, Stendhal parla di cristallizzazione, intesa come pensieri che tendono a sopravvalutare l’altro e a trovargli ogni tipo di qualità positive. Quando l’amore finisce, ahimè, si osserva il fenomeno opposto. E’ in mezzo cosa ci sta? Ad ognuno di noi la sua risposta. La Fontaine scriveva “E’ tutto misterioso, quanto all’amor sta intorno, le frecce, l’arco, la faretra e la fiamma, non è certo l’opera di un giorno di far luce su un simile dramma”.

Fobie, ritratto di famiglia

Immaginate di avere fatto acquisti al supermercato. Con il carrello pieno vi dirigete alla cassa, fate la fila, quando è il vostro turno mettete i prodotti sul nastro trasportatore, pagate, state per uscire e il detector suona come se i prodotti non fossero stati regolarmente acquistati. Tutti vi guardano. Dite: “E’ evidente, c’è un errore”. La paura, detector ben calibrato e fondamentale per la nostra sopravvivenza, è diventato difettoso, si è trasformato in fobia. L’angoscia si scatena in modo violento, un “tutto o nulla”. Mi spiego meglio, ad uno stimolo segue una risposta di panico. La valutazione intermedia, della necessità o meno rispetto agli stimoli esterni di provare paura, sembra essere un fusibile saltato. E quando la paura diventa patologica innesca un meccanismo chiamato “paura della paura”, un circolo vizioso difficile da interrompere. Il confine tra paura normale e patologica non è definibile dalle lingue come l’inglese, l’italiano, il tedesco ma era facilmente distinguibile nell’antica Grecia ove vi era un termine dèos utile ad indicare le paure meditate e controllate e phobos che descriveva il terrore puro, irrazionale ed incontrollabile.

Qual è il volto della fobia?

La fobia ha caratteristiche ben definite:

Panico

È una paura molto forte di qualcosa o di una situazione e può portare allo svilupparsi di un attacco di panico, è una paura fuori controllo.

Isolamento

Spinge all’evitamento, tutte le volte in cui è possibile, degli oggetti o delle situazioni fobogene. Se non si può sfuggire si perisce miseramente.

Angoscia

E’ una paura che genera disabilità in un corollario di emozioni distorte: l’ansia è il vissuto dell’attesa di un pericolo che si avvicina, l’angoscia porta con sé sintomi fisici disturbanti, il panico è l’apice di questo malessere. Il pericolo non c’è o è ancora distante ma si è già prostrati e vinti ancora prima di combattere. E’ spesso una guerra senza nemico.

Dopo tutto questo sfacelo la statistica ci viene in soccorso e ci tranquillizza un po’. Le paure eccessive sono frequenti negli adulti ma soltanto ¼ delle persone che dicono di essere fobiche lo sono per davvero cioè rispettano i precisi criteri del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (http://www.sunhope.it/ANSIA-signed.pdf). E’ pur vero che, una volta comparse, tendono a diventare croniche e a peggiorare. La soluzione è il confronto con le paure e la riuscita emotiva di questi confronti con lo scopo di far comprendere al “cervello emozionale”, con il tempo e le successive esposizioni al pericolo, che non esiste una vera minaccia es. da parte dell’aereo, dell’ascensore, del parlare in pubblico ma è solo tensione fisica e mentale che può avere una risoluzione in positivo chiamata successo. Ma facciamo un passo a monte. Ora che le abbiamo definite come le classifichiamo per avere un’idea concreta di quello di cui stiamo parlando?

Ritratto di famiglia

Fobia specifica

Fobia specifica degli animali, degli elementi naturali, di alcune situazioni, del sangue e delle ferite. In passato erano definite “semplici”. Questo perché, di norma, provocano un handicap abbastanza limitato ed i comportamenti di evitamento non condizionano la vita più di tanto la quale può procedere in maniera, quasi, normale.

Fobia sociale

Fobia sociale ovvero paura di essere l’oggetto dell’interesse e del giudizio (di norma negativo) altrui. Queste sono considerate maggiormente invalidanti in quanto riducono di molto le attività relazionali fondamentali per un buon funzionamento della personalità.

Disturbo di panico

Disturbo di panico (con o senza agorafobia) ovvero la paura di stare male soprattutto in certi luoghi. Questo, tra i membri di questa eccentrica e gotica famiglia, è il membro più destabilizzante per l’essere umano. Le crisi d’angoscia spesso sono destrutturanti e si sviluppano in breve tempo togliendo via via al soggetto l’autonomia che lo caratterizza. Rendendolo schiavo di se stesso.

Ci sono poi parenti alla lontana, cugini e fratellastri con variazioni culturali ed esotiche a volte molto singolari a cui la lingua greca ha dato degna denominazione. Avete mai sentito parlare di acrofobia (paura dell’altezza), algofobia (paura del dolore), monofobia (paura di restare soli), tafofobia (paura di rimanere sepolti vivi) e ancora tricofobia (paura dei peli) o ellenologofobia…paura dei termini greci utilizzati per fare bella figura? ;-)

Prevenire è meglio che curare!

Come dice il famoso detto, prevenire è sempre meglio che curare. Per questo motivo, se soffri d'ansia o ti rispecchi nelle patologie descritte, non esitare a contattarci! Trovi tutte le info nel menu, oppure clicca qui!